In queste ore la democrazia liberale, l'istituto parlamentare e qualsiasi senso si voglia dare alla parola politica, sono mortificati dall'uso improprio - personale e partitico - che Futuro e Libertà sta facendo dell'aula della Camera dei Deputati.
Dopo anni di discussioni e con una furiosa lotta nel Paese, i deputati finiani stanno sabotando una riforma universitaria approvata e accettata dalle anime riformiste della nostra cultura, capace di aiutare a risolvere alcuni problemi del nostro sistema universitario.
Il fine dei deputati di FLI è quello di mettersi in sintonia con i gangli conservatori del Paese - baronie universitarie, sindacati e movimenti studenteschi, statalismi di ogni origine - per ricevere la loro investitura e partecipare quindi al rinnovato arco costituzionale (quello che non si fonda sull'antifascismo, ma sull'antiberlusconismo).
Ancora una volta, ciò che viene compromesso dagli di una classe politica miope e autoreferenziale, è il bene comune: se c'è infatti qualcosa di cui l'università italiana ha bisogno è l'immissione di quegli elementi liberali - certo timidi, ma tuttavia innovativi - che la riforma del ministro Gelmini prevede.
I deputati finiani mostrano quindi, in modo palese e senza più maschere, che il loro intento non è quello di continuare lungo la strada di una destra autenticamente riformista, ma che la loro finalità ultima è quella di neutralizzare gli elementi di rottura presenti nella storia del liberalismo di massa italiano proposto a partire dal 1994 da Silvio Berlusconi.
Fli vuole quindi proporsi come l'alter-ego sbiadito del Partito Democratico, con la stessa strutturale incapacità di riformare il Paese per non scontentare le categorie privilegiate che ne governano la vita cultura, politica e sociale.
Il massacro della riforma Gelmini - prima sostenuta, poi indicata come un modello di ciò che di buono aveva fatto il Governo dallo stesso Fini, in ultimo impallinata come un passero, emendamento dopo emendamento - è la dimostrazione del rischieramento conservatore dei fuoriusciti dal PDL. Ma chi avrà vantaggio da tutto questo? Forse, in termini di riconoscimento culturale da parte dei poteri forti, il gruppo dei finiani. Si tratta di persone che potranno finalmente andare a testa alta nei salotti radical-chic (quelli fisici e quelli culturali), avendo accontentando il gattopardismo della borghesia-bene italiana, che vive dei miti stinti e perenni di un intramontabile Sessantotto.
Quel che è sicuro è che non ne avrà alcun vantaggio il Paese, ancora una volta impiccato alle urla dei massimalismi reazionari, e l'Università, incapace di fare un passo avanti verso il futuro. Ma questa è l'Italia - vecchia, orrendamente vecchia e illiberale - di Futuro e Libertà!!!
Dopo anni di discussioni e con una furiosa lotta nel Paese, i deputati finiani stanno sabotando una riforma universitaria approvata e accettata dalle anime riformiste della nostra cultura, capace di aiutare a risolvere alcuni problemi del nostro sistema universitario.
Il fine dei deputati di FLI è quello di mettersi in sintonia con i gangli conservatori del Paese - baronie universitarie, sindacati e movimenti studenteschi, statalismi di ogni origine - per ricevere la loro investitura e partecipare quindi al rinnovato arco costituzionale (quello che non si fonda sull'antifascismo, ma sull'antiberlusconismo).
Ancora una volta, ciò che viene compromesso dagli di una classe politica miope e autoreferenziale, è il bene comune: se c'è infatti qualcosa di cui l'università italiana ha bisogno è l'immissione di quegli elementi liberali - certo timidi, ma tuttavia innovativi - che la riforma del ministro Gelmini prevede.
I deputati finiani mostrano quindi, in modo palese e senza più maschere, che il loro intento non è quello di continuare lungo la strada di una destra autenticamente riformista, ma che la loro finalità ultima è quella di neutralizzare gli elementi di rottura presenti nella storia del liberalismo di massa italiano proposto a partire dal 1994 da Silvio Berlusconi.
Fli vuole quindi proporsi come l'alter-ego sbiadito del Partito Democratico, con la stessa strutturale incapacità di riformare il Paese per non scontentare le categorie privilegiate che ne governano la vita cultura, politica e sociale.
Il massacro della riforma Gelmini - prima sostenuta, poi indicata come un modello di ciò che di buono aveva fatto il Governo dallo stesso Fini, in ultimo impallinata come un passero, emendamento dopo emendamento - è la dimostrazione del rischieramento conservatore dei fuoriusciti dal PDL. Ma chi avrà vantaggio da tutto questo? Forse, in termini di riconoscimento culturale da parte dei poteri forti, il gruppo dei finiani. Si tratta di persone che potranno finalmente andare a testa alta nei salotti radical-chic (quelli fisici e quelli culturali), avendo accontentando il gattopardismo della borghesia-bene italiana, che vive dei miti stinti e perenni di un intramontabile Sessantotto.
Quel che è sicuro è che non ne avrà alcun vantaggio il Paese, ancora una volta impiccato alle urla dei massimalismi reazionari, e l'Università, incapace di fare un passo avanti verso il futuro. Ma questa è l'Italia - vecchia, orrendamente vecchia e illiberale - di Futuro e Libertà!!!

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